“La scortecata” chiude “Scenari pagani 28”

Si chiude il sipario sul cartellone 2025-2026 di Scenari pagani. Ultimo appuntamento dell’edizione 28, giovedì 9 aprile, alle 21.00, all’Auditorium S. Alfonso in Pagani. Grande finale con “La scortecata”, opera liberamente tratta dal Cunto de li cunti di Giambattista Basile. Testo e regia di Emma Dante come la cura degli elementi scenici e dei costumi. In scena Carmine Maringola e Davide Mazzella.

La scortecata” è una produzione Festival di Spoleto 60, Teatro Biondo di Palermo in collaborazione con Atto Unico-Compagnia Sud Costa Occidentale; luci di Cristian Zucaro; direttore di scena Gabriele Gugliara; assistente di produzione Daniela Gusmano; assistente alla regia Manuel Capraro.

Come al solito, prima dell’ingresso a teatro, il pubblico sarà coccolato dall’AperiSpettacolo a cura di Ritratti di territorio. Protagonisti due partner d’eccellenza: Pepe Mastro Dolciere e Famiglia Pagano 1968.

Lo spettacolo

Il racconto-fonte è molto noto: si tratta della decima fiaba della prima giornata de Lo cunto de li cunti overo lo trattenimiento de peccerille di Giambattista Basile, La vecchia scortecata. Narra la storia di Carolina e Rusinella due vecchissime sorelle e condividono la solitudine di una reclusione domestica che le inselvatichisce; a spezzare il ménage arriva la profferta lusinghiera di un re, pazzamente innamorato della voce di una delle due, filtrata attraverso l’uscio della  catapecchia dove vive insieme alla sorella più vecchia di lei. Il re, gabbato dal dito che la vecchia gli mostra dal buco della serratura, la invita a dormire con lui. Ma dopo l’amplesso, accorgendosi di essere stato ingannato, la butta giù dalla finestra. La vecchia non muore ma resta appesa a un albero. Da lì passa una fata che le fa un incantesimo e diventata una bellissima giovane, il re se la prende per moglie.


In una scena vuota, due uomini, a cui sono affidati i ruoli femminili come nella tradizione del teatro settecentesco, drammatizzano la fiaba incarnando le due vecchie e il re. Basteranno due seggiulelle per fare il vascio, una porta per fare entra ed esci dalla catapecchia e un castello in miniatura per evocare il sogno.

Le due vecchie, sole e brutte, si sopportano a fatica ma non possono vivere l’una senza l’altra. Per far passare il tempo nella loro miseria vita inscenano la favola con umorismo e volgarità, e quando alla fine non arriva il fatidico: “e vissero felici e contenti…” la più giovane, novantenne, chiede alla sorella di scorticarla per far uscire dalla pelle vecchia la pelle nuova.

La mascolinità chiamata ad interpretare la femminilità – oltre a ricalcare il modello teatrale pre Commedia dell’Arte e a mimare, con intenzionalità, la disgregazione, operata dal tempo, che quasi cancella le polarità sessuali – appare anche un dispositivo per portare in scena un grottesco ancestrale, privo di enfasi.

La Scortecata ha infatti il grande pregio di custodire un simbolismo sottile che opera in una tenue controluce, al di sotto della sua superficie completamente leggibile, nera ed umoristica insieme. L’esito è una partitura lieve, precisa e piena di pensiero, che chiede, del paradosso che inscena, una lettura progressivamente più profonda e pretende una riflessione tanto dolorosa quanto espansa e condivisa, come lo sono i fenomeni stessi della natura umana.

 [,,,] Avevamo bisogno di questa Scortecata che si apriva al Festival dei Due Mondi di Spoleto, un’opera snella, della durata di un’ora, apparentemente un piccolo spettacolo, ma veramente enorme al quale non va aggiunto né rimosso un solo minuto.  Il Sole 24 Ore

 

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