di Maria Pepe

“Scende giù per Toledo”.
Camminata d’ago su tacchi di spillo.
Frenetica e smaniosa Rosalinda Sprint sembra cercare più che andare.
Cerca l’amore, quello vero, consolatorio, pacifico, salvifico.
Amore che, beffardo, le si mostra per poi ritrarsi, finto come i fiori di plastica che le invadono la stanza di Montecalvario.
È li che vive. È li che è nata Rosalinda dopo il diniego e la cacciata via familiare.
Gli “invertiti”, il loro mondo ghetto, terra di demarcazione e conquista di quelli che ben pensano.
Trucchi, pizzi, eccentricità, per travestire un sogno impossibile. La tenerezza, come per contrappasso, annegata in una carnalità viscerale.
Troppo giovane e romantica, vede in uomini crudeli, che la considerano animale da macello, l’altra metà.
Per loro e in loro morirà ogni volta un po’, sino a sfiorare la morte fisica e dell’anima con la violenza più atroce che le lascerà spilli nel cuore e nel culo.
Vuole l’ amore ma…
“Io? Non tengo la natura”.
E allora carta da parati e fiori finti per rendere amore l’acquisto del vizio.
Giuseppe Patroni Griffi firma un’esperienza letteraria universale.
La delicatezza della brutalità.
Dietro il sovraccarico, la fragilità di un corpo che altro non cerca che l’affetto più puro e sincero.
Mentre lo leggi sorridi, ti commuovi e diventi migliore.
Educazione alla sensibilità.
Scende giù per Toledo.
Teatro e letteratura.
Standing ovation, sì.